

Imperscrutabili alchimie del crossover. L’innesto di due generi distanti tra loro tende di solito a moltiplicare il pubblico; se però ad incrociarsi sono due linguaggi di nicchia più che elevare al quadrato spesso si finisce per estrarre radici. Così anche la sera del 26 febbraio subito prima che la musica proto rinascimentale di Guillaume Dufay incontrasse la modernità dei live-electronics di Ambrose Field, le luci del Teatro Studio dell’Auditorium Parco delle Musica di Roma si sono abbassate su una platea che contava più di poltrona orfana dei lombi del proprio spettatore. Sul palco, dietro ad un tavolo stipato dai marchingegni di Field, un amplissimo schermo stava per accogliere i video di Mick Lynch che di lì a poco si sarebbero rivelati suggestivi e invadenti come lo sono le immagini quando dialogano con i suoni. A lato un microfono aspettava la voce di John Potter, tenore dei leggendari Hillard Ensemble, protagonisti della “british way” alla polifonia rinascimentale. A contatto con i suoni sintetici di Field, la musica di Dufay – si tratta di frammenti della sua produzione profana, trattati quasi come canti firmi della composizione elettronica – dovrebbe dichiarare tutta la sua attualità. Queste almeno le intenzioni del progetto; gli interrogativi però sono tanti: innanzi tutto quanto della musica di Dufay resta dopo che gli si è tolta la componente polifonica; quindi se il live-electronic rappresenti la nostra contemporaneità più di quanto Dufay rappresentasse la musica nel primo Quattrocento. Certo, il fiammingo era compositore di nicchia come la maggior parte di quelli di cui ci è giunta la musica; ma almeno allora la contemporaneità incontrava la musica alta nelle chiese – da più di mezzo secolo culla del nazional-popolare più frusto e scontato – mentre oggi la tiene segregata nei festival e nei circoli post avanguardisti. Dubbi complessi, risposte difficili. Meglio allora lasciarsi circondare dai suoni avvolgenti e cullare nelle atmosfere ipnotiche e un po’ ripetitive ma non avare di suggestioni, di cui alla fine si rivela più generosa l’elaborazione dell’antifona gregoriana Domine probasti me.


